Ultimo tempo: “Pranzo” a Spoleto

Un po’ provati e stanchi dalla mattinata emotivamente molto intensa, una volta arrivati in questa struttura storica di Spoleto non avevamo ben chiaro come gestire un pranzo solidale di età “trasversale” senza il rischio concreto di disturbare le tre lunghe tavolate con il nostro mini concerto/racconto. A proporci per questo incontro è stata Elisa, musicista e cantante jazz straordinaria, conosciuta anche lei il 9 dicembre 2018 al concerto al teatro Lyrick di Assisi. Il suo sorriso radioso e sincero ha dato serenità e sostegno al nostro arrivo in una sala gremita di persone già sedute, probabilmente affamate e incuriosite dal nostro montare le attrezzature. La condizione per suonare e cantare in una circostanza del genere non è mai facile, perché fare musica dal vivo mentre gli ospiti sono a tavola ad una distanza ravvicinata (magari a causa del numero elevato dei presenti come in questo caso, un centinaio) è tra le situazioni più difficili per un musicista. Poiché, nonostante ci siano gli strumenti acustici, vi è pur sempre un’amplificazione ad incombere. La lente d’ingrandimento del musicista deve mettere a fuoco immediatamente ed in tempo reale il livello di gradimento, di disturbo, di invito a continuare o di abbassare irrimediabilmente il volume, cogliendo dagli sguardi tutte le informazioni necessarie. Sono sempre molto espressivi gli occhi di chi è seduto a gioire o subire due casse audio a ridosso di piatti fumanti. È fondamentale cercare di guadagnarsi la fiducia e trovare la cosiddetta “chiave” per entrare in punta di piedi nella condivisione del momento, con l’intento di restare nei ricordi, possibilmente sotto forma gradita e non come devastazione acustica.

Inoltre, ahimè, bisogna difendersi dai cliché su chi fa “canzoni di chiesa”.

Il primo contatto che abbiamo è con una signora sconosciuta, sorridente, che si avvicina mentre accordiamo le chitarre prima dell’inizio: emozionata, ci dice che è felice che si faccia musica, che anche lei è cantante, che volendo potrebbe cantarci una canzone, che è curiosa di ascoltarci. L’importante è che non siano «canzoni di chiesa»!

Jo si fa una risata, più che altro perché è felice di non trovarsi nella mia testa. Eppure il suo sguardo complice mi aiuta a placare l’ansia e a riconoscere la sfida del momento, perché come al solito più difficili si presentano le cose e più l’amore di Dio si farà strada da solo.

Quella che abbiamo di fronte è una sala animata da gruppi di famiglie, giovani, anziani, qualche bambino, il tutto coordinato essenzialmente da due persone: Roberto e Fra Enzo. Il primo, nonostante avesse un lavoro ben retribuito, qualche anno fa decide di dare ascolto a quella fame di gioia piena che il mondo non riusciva a soddisfare: intuisce la felicità nell’aiutare il prossimo con una forma che ai più potrebbe sembrare folle e rischiosa, la Provvidenza. Vuole andare incontro ai bisogni degli altri, attivando una rete di amore e generosità composta da tante persone da lui coinvolte. Si fa luce sul lucerniere e sale della terra, permette un disegno comune di bene a cui in tanti vogliono partecipare, anche con poco. Crede nella Provvidenza perché l’ha vissuta e continua a viverla sulla propria pelle. Decide di fare dei pellegrinaggi in povertà, senza un soldo, senza cibo né dimora, riuscendo a percorrere migliaia di chilometri “a piedi” fino in Terra santa.

Affidarsi. Credere. Amare. Roberto lo fa e non rimane mai deluso. Da qui la sfida di lasciare il lavoro sicuro, di offrire la sua esperienza e di mettere in piedi una struttura che possa ospitare ragazzi con dipendenze, orfani, persone povere, in pratica malati di psiche, corpo e anima, affidandosi a chi non si aspetta che si faccia altro nel mondo: Dio.

In tutto ciò Roberto coinvolge Padre Enzo, frate e sacerdote rock, anche lui amabilmente folle del Signore, perché servono più pilastri per tenere in piedi “Casa sorella povertà”. Roberto sa che i pilastri di una struttura del genere non possono non poggiarsi sull’unica roccia portante e motore di tutto: l’Eucarestia.

E noi? 

Offrire un pranzo gratuito domenicale con l’intento di raccogliere delle offerte destinate ad esigenze concrete di persone bisognose (una stufa per scaldarsi, abbigliamento, cibo, ecc.) mentre suoniamo la nostra personale esperienza di provvidenza: il Kantiere.

Posso solo dire che è stato bellissimo, spontaneo, naturale, oserei dire familiare: cantare “Liberami”, far cantare loro “Un passo oltre”, raccontare della nostra esperienza di Medjugorje e di come Medjugorje è ovunque si preghi, anche a Spoleto in quel preciso momento. Cantare “Il seme” consapevoli di come ogni seme buttato nel nome dell’amore è un possibile capolavoro di salvezza, non importa che sia una canzone, due euro, un piatto di fusilli al sugo o una mano tesa a chi precipita. Tutto emozionante e bello. Talmente bello che a fine pranzo la signora di cui sopra viene a chiederci, commossa, un cd con le nostre canzoni “di chiesa” perché voleva regalarlo ad un’amica!

Ecco i miracoli veri, meno male.

Diversi gli abbracci, i sorrisi, le mani strette dai presenti, il riconoscersi nelle parole dette o cantate. Unione, rete, condivisione, in una parola Amore.

Roberto informa della raccolta ricca e ampiamente riuscita per gli intenti di solidarietà e ci invita al momento più importante della giornata: la santa Messa.

Questo fine settimana memorabile non poteva concludersi in modo migliore.

Impossibile raccontarla.

Posso solo dire che Padre Enzo ha celebrato con le lacrime che gli solcavano il viso, mentre Roberto non smetteva di sorridere con gioia contagiosa, felice e visibilmente emozionato come ministro straordinario nel distribuire anche lui l’Eucarestia.

Accanto a me Jo, Gabriele, Elisa, l’assemblea dei volti divenuti familiari perché effettivamente nuova famiglia in Dio, e nel cuore presenti tutte le persone importanti, a partire dagli altri operai Kairòs Bob e Davide, le famiglie, amici, defunti, tutti presenti ed uniti in questo momento concretamente reale nella sua straordinarietà: la Comunione.

Dentro gli occhi ed il cuore un fiume pieno di tutto ciò che abbiamo vissuto fino a quel momento, pieno delle storie e dei volti che abbiamo ascoltato ed incontrato, pieno delle nostre ore vissute con lo sguardo rivolto alle sorprese che ci riserva la vita, pieno di gratitudine ed emozione, pieno di luci, profumi, fame, lacrime, sorrisi, chilometri, attese, preoccupazioni, gioie… Tutto, e ancora tutto, un fiume che attraversa le nostre cellule e i nostri pensieri, fiume a cui ci abbandoniamo con la certezza e rassicurazione di giungere in quel mare immenso di felicità eterna come delle zattere galleggianti, che non hanno fatto altro che offrire il loro appoggio spoglio e ruvido a chi cercava un attimo di riposo nelle proprie tempeste personali.

Grati e felici di aver offerto il nostro niente, il nostro eccomi imperfetto, il nostro sì tremolante.

A Dio.

Eccomi, eccomi ecco il mio sì
Eccomi, eccomi ecco il mio sì

Il mio niente dato a Te è la somma che vuoi fare
Il mio niente dato a Te è l’acqua nelle giare

Eccomi, eccomi ecco il mio sì
Eccomi, eccomi ecco il mio sì

Il mio niente dato a Te è la somma che vuoi fare
Il mio niente dato a Te è l’acqua nelle giare
Il mio niente dato a Te è aprirti le mie porte
Il mio niente dato a Te è un miracolo d’amore

Eccomi, eccomi ecco il mio sì
Eccomi, eccomi, ecco il mio sì.

Ps. Negli incontri con i giovani ad Assisi, abbiamo fatto cenno a un giovane artista che probabilmente è una bellissima sintesi di offerta, arte e vita.Figura che vale la pena conoscere ed approfondire: Don Salvatore Mellone.






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