Assisi, sabato 9 marzo

Tre quarantenni timidi, emozionati e un po’ impacciati ma sicuramente sinceri, ci siamo fatti coraggio e, tra canzoni, racconti, confessioni e qualche lacrima (nostra e loro), la mattinata di sabato se n’è andata inaspettatamente veloce. Noi tre come singoli ruscelli confluiti in un unico fiume, di fronte a degli alberi già mobili, sabbie già vetrate, carboni già diamanti, scintille già luce per illuminare.

Pronti a esserlo agli occhi del mondo, perché agli occhi di Dio già lo sono.

Senza ombra di dubbio ciò che è venuto fuori dal nostro aprirci, è che siamo molto più a nostro agio nell’esprimerci cantando e suonando. Già perché il metodo di scrittura delle nostre canzoni è quello dell’esporci, confessando e descrivendo in pieno i vari step delle nostre scalate, del nostro camminare, del nostro essere al mondo sotto la luce consapevole di Dio. Le gioie, le fatiche, le cadute che viviamo sono letteralmente tradotte in ogni singola canzone, proprio perché non potremmo raccontare qualcosa che non abbiamo sperimentato, sarebbe un raggiro e chi ci ascolta se ne accorgerebbe subito. Inoltre diveniamo consapevoli, ed è forse questa la cosa più bella, che è la stessa espressione di arte che diventa Preghiera (nel nostro caso amalgamando il canto con gli altri suoni strumentali). Probabilmente ci darà ragione chi come noi vive di un prima e di un dopo: il sapore, il gusto, il dissetarsi della vita è cambiato radicalmente nel cuore e nello spirito dopo aver preso consapevolezza che l’arte può essere un mezzo per vivere in comunione con Dio. Provare a saziarsi del proprio lavoro senza Dio, a nostro avviso è sterile e lascia comunque sempre affamati. Non è soltanto una questione di appagamento, di soddisfazione, ma è una questione di gusto e di importanza di ciò che si sta assaporando. È un po’ come chiedere di mettere a paragone un panino del McDonalds, con gli gnocchi preparati dalle mani della nonna. È una questione d’amore: impastare le cose con l’amore di Dio, è farLo vivere IN quelle cose. Inoltre non c’è bisogno di essere didascalici ed espliciti nell’esporre il proprio operato per evangelizzare l’amore di Dio. Per intenderci, un pizzaiolo non dovrà mettere un’icona sulla pizza per dimostrare che è fatta con tutto l’amore possibile che il Signore gli ha messo nel cuore.

Sopportare le differenze caratteriali nella band per esempio, è già vivere di comunione fraterna, è già crescere di varie virtù… soprattutto in pazienza.

La mattinata è dunque così trascorsa, senza una precisa struttura discorsiva, ma dettata dalle ispirazioni cardiache e culinarie. Già, uno perché quando c’è Gabriele non si può non parlare di cibo, due perché guardare un frutto, una verdura, un tubero con la consapevolezza che ogni cosa è stata creata da Dio per noi, è rendere prezioso anche il momento in cucina. È incontraLo anche lì.

Va ricordata però l’ultima grande prova superata alla presenza dei giovani artisti e delle meravigliose suore, che hanno avuto il coraggio di invitarci: guardare insieme il video de “un passo oltre”. Avendo inserito dei simboli e delle metafore, ne abbiamo approfittato per spiegare le nostre scelte stilistiche e di montaggio, anche perché in pieno stile cantieristico, tutto il video è stato girato, montato e ahimè, interpretato da noi.

Ma se è vero che bisogna tornare bambini, alla fine è bastata una risata sincera per sciogliere l’imbarazzo.

Amen.

Sabato pomeriggio

Dopo aver pranzato tutti insieme con i giovani di casa Frate Jacopa abbiamo spostato il ponteggio a Perugia. Ci aspettava un generoso gruppo di adolescenti riuniti per l’occasione in un oratorio della città. A farci da tramite era stato Davide, musicista conosciuto in occasione di un evento a cui avevamo preso parte anche noi il 9 dicembre dello scorso anno al teatro Lyrick di Assisi. Davide è una di quelle persone che ti entrano immediatamente nel cuore. Sarà stato per il suo sguardo così limpido e gioioso, sommato al suo modo di fare gentile e informale, insieme al suo coraggio, per esempio, di ascoltare le numerose note audio del Di Nardo Jo. Un gioiello, un altro regalo del Signore.

Una quarantina di ragazze e ragazzi dagli sguardi accesi, divertiti, sfuggenti e curiosi ci osservavano mentre sistemavamo gli strumenti per iniziare, come di consueto, invocando lo Spirito con musica e parole.

È meraviglioso come Dio attraverso il canto abbatta sempre l’imbarazzo iniziale, la diffidenza dello sconosciuto, aprendo la porta dell’incontro e dei cuori. 

Parlare del nome del gruppo, di come nasce e del perché, ci è servito solo per introdurre la vera ragione di quel pomeriggio: trovarci di fronte ai nuovi Santi di domani. Loro, i ragazzi seduti davanti a 3 calabresi sconosciuti. 

La giovinezza come terreno fertile del vero amore, le scelte da fare decidendo di farle con Dio o meno, il pericolo in agguato a portata di cellulare, il futuro come opportunità e l’oggi come grazia. Questi i “semi” buttati, guardando ad uno ad uno gli occhi del futuro.

E anche in questo caso (del resto come in tutte le circostanze in cui ci siamo venuti a trovare) la storia di Chiara Corbella è una certezza di stupore che viene sempre in aiuto, spalancando le porte alla concretezza di santità, attraverso la messa in pratica di ciò che è concretamente alla portata di tutti: AMARE. 

Amare Dio, la vita, la famiglia, i figli, gli amici, amare e sempre amare in nome dell’Amore (Dio è Amore) per asfaltare la strada della santità e della vita… a partire da adesso.

Un’ora volata via in un attimo. Tanta emozione e occhi lucidi intravisti, di qua e di là. E noi grati, per tanta Grazia.

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